mercoledì 23 novembre 2011

Il sovescio nel vigneto


Favino per sovescio (az. Altea Illotto)
Il sovescio è una pratica agronomica molto diffusa tra i viticoltori che adottano l'agricoltura biologica e biodinamica, in quanto influenza positivamente la fertilità del terreno con l'incremento dell'attività microbica e l' arricchimento di sostanza organica e di azoto.
Questa pratica consiste  nel seminare in autunno una singola specie o una miscela di specie a rapido accrescimento, e nella incorporazione della biomassa  nel terreno in primavera.
Nel vigneto le piante da sovescio vanno seminate a file alterne, in modo che la fila non seminata, possa essere utilizzata per il passaggio durante la potatura.
Le piante più adatte sono le leguminose,  che oltre alla massa verde, apportano notevoli quantità di azoto (100-160Kg/ha), in quanto hanno la capacità di fissare, per mezzo dei batteri azoto-fissatori, presenti nei tubercoli radicali delle loro radici, l'azoto atmosferico.
Bisogna scegliere la specie  in funzione del clima e del tipo di terreno. In Sardegna  nei terreni argillosi è consigliabile il favino, nei terreni più sciolti il pisello e la veccia sativa, mentre il lupino è da utilizzarsi in terreni poveri di calcare.
Insieme alle leguminose, possono essere seminate in miscuglio delle graminacee (come avena, orzo, loiessa) e delle crucifere (come colza, senape, ravizzone), che apportano meno azoto, ma danno vita ad un humus più stabile, che migliora sensibilmente la struttura del terreno. Le crucifere, inoltre, sono utili nella lotta contro i nematodi, parassiti delle radici della vite. Spesso sia le graminacee che le crucifere sono presenti nella flora spontanea del vigneto, per cui non è necessario seminarle in quanto i semi si trovano già nel terreno.
Indicativamente lo sfalcio (o ancor meglio la trinciatura) delle piante deve essere effettuato al massimo grado della loro crescita ovvero nel periodo immediatamente precedente la fioritura, quando gli steli della vegetazione non sono ancora ben lignificati, e quindi una volta interrati, impiegano meno tempo a decomporsi e a restituire sostanze al terreno. Prima di interrarle a una profondità di 10/15 cm  è preferibile lasciarle seccare leggermente per consentire alla vegetazione di rimanere a contatto con l’ossigeno, utile ad alimentare il processo di decomposizione della biomassa.
Se, invece, si voule avere una sostanza organica più duratura nel tempo, conviene interrare la vegetazione il più tardi possibile, quando  la pianta è più matura.
La sostanza organica migliora  la struttura  del suolo, con conseguente aumento della capacità di ritenzione idrica, sia nei terreni sabbiosi se che in quelli argillosi. Questa maggiore riserva d'acqua permette alla vite di sopportare meglio le annate con deficit idrico, molto frequenti soprattutto nel meridione.
Veccia